Nella nostra pratica ci disponiamo all’ascolto delle riverberazioni del movimento. Dove comincia un movimento? e dove finisce? Come per gli armonici delle note. Senti il suono poi incominci a distinguere la complessità che lo abita; a percepire come un suono non venga mai solo ma si accompagni a tutto ciò che si associa al suo vibrare. Il suono cessa di essere punto in una linea immaginaria, diventa sovrapposizione: diventa l’intera linea in esso racchiusa, l’espressione concentrata di una complessità. Come un sasso gettato in un lago: c’è il sasso c’è il tonfo e poi continua il gioco degli anelli d’acqua che si aprono e si moltiplicano, tutto è parte dello stesso evento. Ma prima ancora c’è la mano che getta il sasso, la pancia che ci respira sotto, la terra che lo sostiene.

Noi educati a sezionare il reale con la lama della mente che divide senza ricucire: trovare lo spazio e il tempo per percepire le connessioni tra le cose, i loro armonici, le loro risonanze. Ri-uscire poco a poco dalla gabbia insipida della monocausalità degli eventi per riconoscere l’interconnessione di tutte le cose. Imparare a vedere le cose dentro le cose. Intorno alle cose, accanto.

A chi vede nel semplice il complesso non verrebbe mai in mente di proporre, nel ventunesimo secolo, strumenti di plastica per rimediare a una malattia. Cosa non si è visto: sacchetti monouso per riporre i vestiti nelle palestre, guanti usa e getta nei supermercati, mantelline plastiche dal parrucchiere, proteggiscarpe monouso dal dentista, mascherine con l’elastico a trappola-incastra-animale o strozza-animale ovunque. E sicuramente ho diimenticato qualcosa.

Chi sa la complessità non potrebbe mai credere, solo perchè ha imparato a isolare un virus, di aver trovato con ciò la causa del grave malanno che senza dubbio ci affligge.

Mandiamo i nostri tecnici a studiare le arti e le pratiche, invece di metterli al governo così come son messi: a pezzi. Facciamoli danzare, cantare, a ricordare che son vivi anche loro; invece mi sembra quasi di vederli, là dietro, seduti intorno a un tavolo a mangiare caviale di plastica.