Quanti modi ci sono per raccontare una storia? Tanti! E questo vale ovviamente anche per una biografia.
Ho scelto cinque varianti, della mia.
Nessuna è meno vera dell’altra. Fate la vostra scelta, buona lettura!

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Pratica il taiji dal 1990, dal 1996 nella tradizione di Zheng Manqing.
Si entusiasma in particolare per il tui shou, la pratica con partner nel taijiquan, che approfondisce in numerosi seminari in Europa.

Tappe fondamentali del suo percorso sono state segnate dallo studio con Daniel Grolle, Lauren Smith, Mario Napoli e Nathan Menaged. Per il Qigong, con Gitta Bach e il taoista Zhi Chang Li.

Inizia a insegnare professionalmente nel 2003, dal 2007 e per nove anni in una scuola da lei fondata e diretta ad Amburgo (da3-raumfürtaiji). Dal 2007 tiene seminari nell’ambito di incontri internazionali in diversi Paesi europei. L’insegnamento è per lei condivisione, verifica e irrinunciabile occasione di approfondimento. Vive e lavora di nuovo a Venezia dal 2017.

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Ho incontrato il Taiji nel 90 a Venezia, inviata a una lezione di prova da un bravo medico di famiglia: lamentavo ostinati dolori alla schiena e ai piedi e non se ne usciva. Non so cosa avrò fatto in quella prima lezione di prova, so che la notte seguente, dormendo, mi son sentita massaggiare a lungo il collo e la nuca e mi sono svegliata come rinata: fresca, rilassata e grata! Fu la fine delle estenuanti ginnastiche correttive e l’inizio di una grande passione.

Ho sempre amato il movimento, ho fatto danza classica da bambina e più tardi contemporanea, oltre che molta piscina. Ma il Taiji portava il fuoco altrove, la qualità del movimento aveva un sapore diverso, nuovo: mi trovavo confrontata con una specie di rebus, che chiedeva di essere risolto. Con il maestro Puricelli (con cui avevo fatto l’ora di prova) sono rimasta finché, nel 93, non mi sono trasferita ad Amburgo per motivi di studio. Lì ho trovato nel 96 il mio nuovo maestro, con cui sarei rimasta a lungo, fino al 2002. Anche se la materia era la stessa, il modo di studiarla era molto diverso. Si praticava moltissimo in coppia e si faceva ricerca intorno ai principi del taiji. Si studiava anche molto la forma (secondo Zheng Manqing) ma sempre più questa appariva come uno strumento di studio, più che come un obiettivo di apprendimento di per sé.

Adoravo quel modo di studiare, frequentavo i corsi più che potevo, fino a nove ore la settimana. Inoltre venivamo incoraggiati a frequentare seminari internazionali con altri insegnanti e i grandi festival europei. Il maestro si chiamava, si chiama tuttora, Daniel Grolle. E’ lui che mi ha introdotto e fatto entusiasmare al tuishou libero, la pratica e il gioco (e l’aspetto improvvisativo) del taijquan. Daniel ha oggi una grande scuola in Germania e si è specializzato in un metodo molto personale di insegnare e praticare il Taiji.

Senza accorgermene ero diventata insegnante. Nel 2003 avevo un diploma e insegnare il Taiji mi dava una grande emozione: si lavorava con il corpo, raggiungendo qualcosa di profondo nelle persone. Da molti anni ormai insegnavo la lingua italiana, ero perciò nei fatti già insegnante, abituata a lavorare con gruppi e con singoli, e mi piaceva. Ma insegnare il taiji era un’altra cosa. Più delicata, di più grande responsabilità, mi sembrava.

A un certo punto le cose finiscono o si trasformano. Il mio periodo con Daniel era finito e mi sono rimessa a cercare. Ho continuato a frequentare moltissimo i festival europei di Taiji, prendendo spunti importanti da molti maestri, che condividevano in queste occasioni il loro sapere. Erano incontri non competitivi e intrastilistici di tuishou, in cui si potevano cioè studiare i principi del taiji a prescindere dalle scuole e dalle rispettive forme, in un clima di ricerca collettiva e generale. Il pomeriggio si praticava il tuishou, la mattina si potevano frequentare workshop, che presentavano diversi approcci all’arte e approfondimenti specifici con maestri internazionali.

Moltissimi sono stati gli impulsi in questo periodo e non saprei sempre rintracciare l’origine delle diverse influenze sul mio lavoro. Ringrazio tutti i maestri che hanno condiviso generosamente le loro conoscenze in queste occasioni! Alcuni però li ho seguiti anche oltre e al di là dei festival e i loro impulsi, chiari, riconoscibili, continuano a permeare e ispirare il mio taiji anche oggi. In particolare desidero nominare Lauren Smith, che con il suo lavoro sottile mi ha spinto con decisione verso l’allineamento strutturale e la presenza; Mario Napoli, in cui per primo ho potuto percepire quella forza elastica, radicata, accogliente – e sorprendentemente potente – che è tanta parte del taijiquan. Jean Luc Perot, con il suo invito costante alla creatività e le sue lezioni accompagnate a tratti dal canto della sua voce. Gitta Bach, maestra di Qigong, che mi ha aperto la via ad una nuova libertà di movimento nel bacino e a connessioni mentali e spirituali importanti. E poi il taoista Zhi Chang Li, che mi ha avviato sulla strada del qigong senza movimento, la parte forse più potente e impegnativa del qigong.

Nel 2006 ho incontrato il maestro americano (di origine ebraica e siriana) Nathan Menaged, che ho seguto assiduamente fino al 2011. Nathan, che si muoveva anche lui nella linea di Cheng Man Ching, era il mio primo maestro di lungo corso con un impostazione fondamentalmente marziale. Con lui ho studiato in particolare lo stile e la forma dell’acqua (LuHe BaFa). L’accento da lui posto sull’ascolto, sul “seguire”, sulla non resistenza, sul divenire morbidi e flessibili mi ha toccato profondamente e si allineava a quelli che erano stati sempre i miei interessi principali, rafforzandoli.

Nel 2007 ho fondato ad Amburgo, dove mi ero trasferita nel 93 dopo la laurea, da3-spazio taiji (che allora aveva un nome italo-tedesco: da3-raumfürtaiji). Nel frattempo mi ero diplomata formatrice e nella mia scuola formavo anche insegnanti.

Dal 2011, finito il periodo con Nathan, sono prevalentemente impegnata a mettere ordine e chiarire sempre meglio i termini del mio lavoro personale. Poiché il materiale è tanto e la mia lentezza proverbiale, il processo ha tempi lunghi (del resto è questo per sua natura un processo senza fine, tanto più che nuovi elementi si aggiungono continuamente al repertorio).

La mia formazione continua con la partecipazione a seminari scelti e con l’insegnamento, sempre fonte di nuovi stimoli, scoperte e illuminanti sorprese. Colgo così qui l’occasione per ringraziare di tutto cuore gli allievi, quelli amburghesi e quelli che un po’ alla volta si stanno trovando anche qui a Venezia. Con le vostre differenze e feedback a volte impressionanti nella loro precisione siete il mio grande nutrimento, io vi adoro!

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Entrare nel taiji è stato per me come aver vinto un biglietto d’ingresso per un cinema multisala in un giorno di festa. Entrata in una porta ecco che presto se ne apriva un’altra, per una sala in cui veniva proiettato un film almeno altrettanto interessante! C’erano film d’azione, altri con lunghe sequenze poetiche. Altri ancora erano documentari e parlavano di storia e di filosofie lontane, che portavano soluzioni per me tutte nuove a problemi molto antichi. Altri ancora raccontavano di riti e mitologie, parlavano di draghi benefici e dei Quattro Orienti, di cicogne ad ali spiegate in lotta vittoriosa contro serpenti a sonagli. Ma ancora non era finita, si aprivano le stanze dell’anatomia, delle medicine tradizionali, della meditazione e della meravigliosa azione del Tao, che senza nulla fare tutto porta a compimento. E poi, udite udite, c’erano anche le mirabili colonne sonore, i silenzi e le tante musiche sotterranee del Taiji, udibili solo a chi le sa ascoltare attentamente.

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Il taiji mi entusiasma per la finezza del suo lavoro corporeo e per la dolcezza del suo approccio. Per essere forte e radicato ma al tempo stesso fluido e leggero e per la sorprendente varietà dei livelli di significato che lo abitano.

Amo il taiji per essere un fatto assolutamente fisico e profondamente spirituale, per contenere in sé insieme il gioco e la serietà della ricerca e per avermi permesso di entrare in un mondo così distante per poi trovarci dentro la mia natura più autentica e profonda.

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Curriculum 2020

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Una volta Zhuang Zhou sognò che era una farfalla che volava felice e soddisfatta della sua sorte, ignara di essere Zhuang Zhou. Bruscamente si risvegliò e si accorse con stupore di essere Zhuang Zhou!

Non seppe più allora se era Zhuang Zhou, che sognava di essere una farfalla, o invece una farfalla, che sognava di essere Zhuang Zhou.

Zhuang Zhou (莊周), cap 2.